28 SP_MAGGIO 2020

Anche su La Bussola Quotidiana: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quale-giustizia-per-marco-e-stefano-7169.htm

Anche Stefano qualche giorno fa, in un piccolo comune emiliano, ci ha lasciati, come Marco qualche settimana prima.
La notizia di Stefano però non ha valicato i confini della provincia; il dolore è rimasto quasi privato, senza clamore. Eppure trattasi di due suicidi. La cosa merita un’attenta riflessione scevra da elementi propri degli Scalfarotto di turno, sempre pronti alla stessa, efficacissima operazione mediatica: l’individuazione di una causa esterna, magari di un colpevole potenziale del suicidio di un adolescente.
Addirittura può capitare ai terapeuti, agli specialisti, di non capire bene, di non comprendere appieno, ma non ai giornalisti o ai politici. Loro no, hanno già tutto chiaro in mente, solo certezze: Marco è vittima di bullismo, deriso perché omosessuale. E Stefano? Intanto parte la campagna di comunicazione, aggressiva, tambureggiante, attraverso cui magari riuscire ad approvare una legge che magicamente dovrebbe placare il dolore dei parenti delle vittime. Giustizia è fatta e verità pure.
Tranne poi scoprire che le cose non stanno esattamente così, che sarebbe invece opportuno analizzare meglio il caso specifico prima di iniziare battaglie contro nemici invisibili o forse inesistenti.
Prima ancora di sottolineare gli stress esistenziali che generalmente precedono il suicidio (insuccessi, handicap fisici, eventi di perdita/morte/separazione), a qualcuno è forse venuta in mente l’eventualità che Marco, Stefano e gli altri abbiano sofferto di disturbi psicopatologici come i disturbi della personalità, la depressione o l’uso di sostanze psicoattive?
Il depresso “si sente giù”, triste, costantemente preoccupato, confuso, irritabile, sviluppa in genere fobie e spesso anche veri e propri problemi fisici.
Dal mio osservatorio privilegiato di neuropsichiatra infantile mi sembra di vedere molto di quanto su descritto in Marco e Stefano. La depressione è infatti malattia non solo degli adulti, ma può manifestarsi anche negli adolescenti o addirittura nei bambini. Sembrano discorsi clinici, in realtà dovrebbero interessare le istituzioni e la scuola visto che la percentuale di suicidio è triplicata negli ultimi 30 anni attestandosi come seconda causa di morte tra i giovani tra i 15 e i 19 anni.
Questa è la verità dei tanti Marco e Stefano. Marco vale molto di più di uno spot per la legge sull’omofobia. Del resto come si può pensare che nel maremoto della crescita di un adolescente l’identità sessuale sia già definita? A meno che non si voglia per forza affermare l’omosessualità come un dato naturale, come una delle opzioni possibili previste in natura: incardinando le disposizioni contro l’omofobia nella Legge Mancino-Reale, parificando l’omofobia al razzismo, si pone l’omosessualità sullo stesso piano di un dato naturale.
Ergo, la legge sull’omofobia andrà a colpire la pretesa di affermare che l’omosessualità non è nella natura dell’uomo. Così ogni problematica e sofferenza dell'omosessuale è attribuita o ad un'omofobia sociale o ad un'omofobia interiorizzata. In questa ottica, un rapporto scadente tra padre e figlio dipende dall'atteggiamento omofobico del padre che si sente minacciato dall'effeminatezza del figlio; oppure l'isolamento del ragazzo dai suoi coetanei è da ascrivere ad una omofobia interiorizzata, cosi come l'alienazione dell'omosessuale adulto dalla famiglia e dalla società. In pratica è tutta colpa della società omofoba.
Finché la faziosità e gli interessi di parte muoveranno simili battaglie le vite di Marco, Stefano e altri andranno perse invano. Per organizzare una risposta concreta, coinvolgendo scuole, istituzioni, servizi sanitari e sociali, non serve sventolare bandiere, basta avere le foto dei nostri figli davanti agli occhi.

Pubblicato in Medicina e salute
28 SP_MAGGIO 2020

Di fronte a proposte di legge che vogliono introdurre anche in Italia un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, anche omosessuali, e le norme cosiddette antiomofobia, Alleanza Cattolica ricorda cinque punti fermi, da cui
nessun dibattito può prescindere. Alleanza Cattolica, come associazione ecclesiale, si rivolge anzitutto ai cattolici, ma sa che sono in gioco princìpi e valori generali, che chiunque può riconoscere sulla base della ragione. Solo un fronte ampio di amici della famiglia, credenti e non credenti, potrà ostacolare queste proposte. Alleanza Cattolica non rivendica primogeniture, ma si mette a disposizione di quanti vogliano battersi per la difesa della famiglia, per il momento offrendo la sua disponibilità per incontri e conferenze su questi temi, dal circolo culturale e dalla parrocchia fino a incontri privati tra famiglie.

1. Riconoscere le unioni di fatto, comprese quelle omosessuali, danneggia la famiglia
«La famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga
misura già garantiti dall’ordinamento» (Card. Angelo Bagnasco, Discorso all’Assemblea Generale dei Vescovi italiani, 21 maggio 2013). Lo stesso card. Bagnasco ha ricordato che deve considerarsi tuttora vincolante per i cattolici la
Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto della Conferenza Episcopale Italiana, del 28 marzo 2007, dove si legge: «Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia». L’obiettivo di risolvere alcuni problemi pratici dei conviventi è «perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe san
are». A differenza dei diritti individuali dei singoli conviventi, che in Italia non sono il problema, perché — appunto — sono «in larga misura già garantiti dall’ordinamento», le unioni civili introdotte dalle varie proposte di legge presentate in questa legislatura sono precisamente quelle «rappresentazioni similari» alla famiglia che, in quanto umiliano e indeboliscono la famiglia tradizionale, non possono essere in alcun modo accettate. In particolare, «nel caso in cui si proponga[...]un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003).

2. Le unioni civili non sono l’alternativa, sono l’apripista per il matrimonio e l’adozione omosessuali
A chi, pure d’accordo in linea teorica con la critica delle proposte di legge, ritiene di dover proporre le unioni civili come un «male minore» rispetto al «male maggiore» rappresentato dal matrimonio e delle adozioni omosessuali,
facciamo osservare che l’esperienza di tanti Stati, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, mostra che le leggi sulle unioni civili non sono un’alternativa ma l’apripista alle leggi sul matrimonio e le adozioni omosessuali. Prima si fa passare la legge sulle unioni civili — magari «venduta» agli oppositori come alternativa a quella sul matrimonio e alle adozioni e dopo qualche anno si trasformano le unioni civili in matrimoni, con conseguente possibilità di adozione.

3. Le proposte antiomofobia mettono in pericolo la libertà di espressione e di religione
L’introduzione del delitto o dell’aggravante dell’omofobia viene presentata come uno strumento di lotta contro la violenza e le aggressioni. Ma il nostro ordinamento punisce già, senza distinzioni, ogni aggressione all’integrità della
persona e alla sua sfera morale, e in più contiene le aggravanti dei «motivi abietti» e del profittare delle condizioni di debolezza della vittima. Tali circostanze, per pacifica e antica giurisprudenza, comprendono le situazioni in cui la condotta è realizzata allo scopo di offendere, a causa dell’orientamento sessuale, la dignità della persona. La previsione di nuovi reati o aggravanti di questo tipo è rischiosa per la libertà dei cittadini, poiché impone uno scandaglio dei moventi intimi, talora inconsci, che stanno alla base delle azioni umane. Da un concetto così esteso deriva uno spazio enorme d’intervento penale, che rischia di mettere in pericolo sia la libertà di espressione del pensiero sia la libertà religiosa. Il rischio di procedimenti penali sorgerebbe a fronte di qualsiasi giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, di determinati orientamenti sessuali; o di qualsiasi dottrina religiosa, o espressione educativa, che sostenga la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale.

4. La legge naturale e il senso comune non valgono solo per i cattolici
A chi afferma che si tratta di princìpi che valgono per i cattolici, ma non si possono imporre in uno Stato laico ai non cattolici e ai non credenti, rispondiamo che il carattere nocivo di queste leggi si deduce dall’esperienza, dal buon senso e dai princìpi della legge naturale, da cui la legge positiva non può allontanarsi se vuole essere vera legge, i quali in quanto riconoscibili dalla ragione — s’impongono a tutti a prescindere dalla fede e dall’appartenenza religiosa, e da tutti chiedono di essere rispettati.

5. Considerare la marcia verso le unioni omosessuali come «irreversibile» significa essere vittime del mito illuminista del progresso
A quei cattolici e a quegli amici della famiglia tentati dallo scoraggiamento e convinti di star combattendo una battaglia moralmente necessaria ma di retroguardia, di battersi per onore di firma ma senza possibilità di vincere, perché il «senso della storia» è un altro, vogliamo dire che non possiamo accettare il mito illuminista di una storia lineare, pilastro della dittatura del relativismo, il quale presenta la verità come figlia del tempo e certi processi come irr
eversibili. La storia non ha nessun senso umano predeterminato e necessario, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini e le donne, e per il cristiano nessuna vittoria del male è ineluttabile o irreversibile. Chi pensa diversamente è vittima, per dirla con Papa Francesco, di quella «mondanità spirituale» che perde la fiducia in Dio e segue le vie e il consenso del mondo, e di quella disperazione storica che, come non si stanca di spiegarci il Pontefice, viene molto spesso dal diavolo.

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