20 Giu 2018

Oggi, soprattutto sui social, va di moda il bianco e il nero che declinato al tema dei migranti diventa di fatto un “tutti a casa” o “accogliamoli tutti”.

Esiste poi, però, una zona grigia che proprio per il motivo che è grigia, è considerata la zona delle rese ed è un po’ disprezzata. Ma è una zona limite nel quale si può accogliere, fino appunto ad un limite che, però, sia da una parte che dall’altra viene recepito come una sorta di resa, una sconfitta per entrambe le parti: per questo c’è una grande valenza emotiva. Per un “sono tutti nostri fratelli” c’è un “è finita la pacchia”. 

Anche nello stesso concetto del limite, dopo il vietato vietare successivo al ’68, il concetto di tolleranza che è insito nell’esistenza del limite è un principio non permesso. L’esistenza di un “no", l’esistenza di un “adesso basta", è frutto di una scelta di una società debole che non crede che esistano principi di mezzo da difendere o che non è attrezzata culturalmente per pensare che la forza sia legittima e che l’aggressività sia un bene.Per citare la nostra diretta esperienza, noi andiamo avanti nel mondo nel momento che diventiamo aggressivi: dopo i primi morsi al seno anche le mamme capiscono che è giunto il momento che il bambino cammini per conto suo.

Questo, nell’economia generale è un bene, per le mamme e per i piccoli.Nella vecchia politica, il limite è considerato la via di mezzo: il democristiano. Però mi sembra che oggi il limite sia sotto l’aspetto culturale e che la mancanza di una aggressività giusta e riconosciuta come valore faccia il paio con la scomparsa di altre virtù, come il senso dello spirito di sacrificio o il senso del dovere.Queste cose si vedono anche nel mondo dello sport: senza senso del dovere o la giusta aggressività si finisce di stare a casa dal mondiale e ritrovarsi sul divano a tifare l’Islanda.

30 Apr 2018

Con la morte di Alfie Evans si chiude una grave tragedia umana che ha importanti risvolti per il futuro e che vanno valutati al di là delle emozioni e dei toni da stadio. La definizione di bioetica come “studio sistematico dei comportamenti umani nel campo della scienza della vita e della salute facendo riferimento ad un insieme di valori e riferimenti morali” delimita il perimetro dell’intervento. Una forza politica ha infatti il dovere di enunciare e giudicare in base al sistema di riferimento valoriale. Ci sentiamo pertanto di riflettere e proporre alcuni punti della vicenda:

1) i giudici hanno confuso lo stato medico di Alfie parlando di uno stato “semi-vegetativo”, come a dire che sarebbe stato irreversibile. Lo stato semi-vegetativo non esiste però in medicina; lo stato di coscienza di Alfie era definibile di “minima coscienza” cosa molto diversa.

2) Gli stessi giudici che hanno sentenziato che Alfie non avrebbe potuto sopravvivere senza respirazione assistita e che sarebbe morto subito (su indicazione dei medici inglesi) giudicandolo terminale hanno assistito al sopravvivere di quel piccolo guerriero per quattro giorni e comunque gli hanno negato cibo e ossigeno. Sono arrivati a perquisire i famigliari per impedire di mettere zucchero sul ciuccio. Non si trattava pertanto di accanimento terapeutico il trasferirlo ad altra struttura disponibile in Italia

3) E’ stato negato il diritto dei genitori di decidere come salvare il proprio figlio riconoscendogli un vago diritto al welfare del figlio

4) E’ stato negato il diritto di un cittadino europeo di muoversi liberamente. In più il piccolo con un atto di grande lungimiranza è stato riconosciuto cittadino italiano. Per cui un malato non ha il diritto di seguire un percorso sanitario di speranza.

5) Rispetto al criterio “del miglior interesse del minore” unico da prendere in considerazione per la Corte, vi è la pretesa che sia da far coincidere con la morte perché la vita residua sarebbe “futile ed inutile”.

Quindi una persona può essere soppressa se lo Stato lo giudica inutile e futile. La vita può essere un bene di cui lo stato si appropria se la sua “qualità di vita” è inferiore all’asticella fissata. Torna in auge il principio dell’eugenetica. Questi i valori in gioco e su cui l’Italia del 2018 deve anche dare una risposta politica. Da parte nostra confermiamo l’impegno preso in campagna elettorale per cui la vita vale sempre la pena di essere vissuta e che nessuno Stato può decidere di sopprimerla. La cultura “dello scarto” anche se ammantata di pietà non ci appartiene.

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16 Apr 2018

Dopo Charlie e Isaiah, anche il piccolo Alfie si ritrova al centro di una battaglia legale che dura ormai da mesi. 

L’impedimento verso i genitori di Alfie nel poterlo trasferire al Bambin Gesù di Roma che si è reso disponile ad accoglierlo, ha dato vita ad una manifestazione spontanea di sostegno di tantissime persone, con la speranza di ritrovare un residuo di umanità in uno Stato che pare accecato dalla volontà di disporre della vita altrui. E’ triste vivere in un Paese dove il giudice della Corte di Londra Anthony Paul Hayden dichiara, dando ragione ai medici, che mantenerlo in vita “sarebbe scorretto, ingiusto e inumano”.

Mi chiedo, nei confronti di chi, sarebbe scorretto? 

Perché dei genitori non possono decidere sul futuro del proprio figlio e si devono ritrovare costretti a subire le decisioni istituzionali, vedendosi recapitare anche una notifica dai toni perentori nella quale il giudice obbliga loro di non far uscire il figlio dall'ospedale per trasferirlo altrove, come loro invece vorrebbero?

Certo, anche in Italia non siamo ai massimi livelli: la rimozione del manifesto di ProVita anti-aborto a Roma è stato un altro segnale preoccupante; ma oggi dei genitori, a Liverpool, sono obbligati a non poter muovere il proprio figlio senza l'autorizzazione dei giudici, togliendogli di fatto il diritto di poter decidere cosa fare attribuendo allo Stato il pieno controllo del caso. 

Stiamo assistendo probabilmente ad una delle scene più tristi e desolanti di questo ultimo periodo e l’irruzione in Ospedale degli agenti di polizia che prendono il controllo di un ospedale per bambini come se al suo interno ci fosse un pericoloso criminale ne è stata la dimostrazione finale. Un padre di famiglia che voleva portare il proprio figlio in un altro Ospedale nel quale avrebbero fatto qualunque cosa per tenerlo in vita; sono probabilmente questi, per le Istituzioni, i criminali del nuovo secolo.

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27 Mar 2018

L’ex presidente catalano Carles Puigdemont è stato fermato nei giorni scorsi dalla polizia tedesca dopo aver superato il confine della Germania. Il leader indipendentista stava rientrando in auto in Belgio, dove vive in esilio da cinque mesi, dopo una visita in Finlandia.

Da sempre la Lega è a favore delle autonomie e delle sovranità dei popoli; ho seguito con attenzione e preoccupazione le difficili condizioni di voto del popolo catalano durante il referendum, fino alla situazione che tutt’oggi si sta ancora manifestando in terra catalana. 

Nella ‘democratica Europa’ l’autonomia si sta rivelando un reato. L’autodeterminazione dei popoli è invece un diritto previsto dalla Carta delle Nazioni Unite. In questo modo, il centralismo statale sta danneggiando giorno dopo giorno un'intera popolazione, la quale mi troverà idealmente al loro fianco in questi giorni di manifestazione nella Rambla di Barcellona, in difesa dei loro diritti. 

L’Europa, patria dei diritti dell'uomo, culla della cristianità, della tolleranza e della libertà di espressione, che imprigiona l'ex presidente catalano Carles Puigdemont non costituisce solo un passo indietro, ma una ferita al sentimento democratico di ciascuno di noi.

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08 Mar 2018

Stupore, amarezza e rabbia. Sono questi i sentimenti provati alla notizia della scarcerazioni di Moustafa Elshennawi, il più accanito nell'aggressione a Luca Belvedere, il carabiniere picchiato selvaggiamente dai centri sociali a Piacenza durante il corteo antifascista che riportò alcune contusioni alla spalla.

Tutta la mia solidarietà al carabiniere coinvolto, alle Forze di Polizia e agli uomini onesti; trovo gravissimo che la giustizia in questo paese possa consentire ad una persona di picchiare un carabiniere durante una manifestazione e non lasciarlo poi in carcere. In questo momento, mi vengono fortemente del mio Paese; spero almeno che l’azienda piacentina nel quale lavora prenda provvedimenti in merito.

Provo vergogna anche per tutte quelle persone che, nel nome dell’antifascismo si comportano come il peggiore dei squadristi. Piacenza non arretra nel suo panorama di civiltà, il comportamento del sindacato Si Cobas in difesa del manifestante egiziano, lo ritengo un atto violento: chi inneggia a queste manifestazioni di violenza deve essere isolato. Definire una manifestazione antifascista un vile attacco ad un carabiniere, sottraendogli lo scudo e scaraventarglielo ripetutamente addosso, è una chiara istigazione alla violenza.

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01 Mar 2018

Nelle scorse settimane, la Corte d'Assise di Milano ha deciso di trasmettere gli atti alla Consulta affinché valuti la legittimità costituzionale del reato di aiuto al suicidio nel processo a Marco Cappato, imputato per la morte di dj Fabo.

Questo evento potrebbe rappresentare un precedente rilevante nella giurisdizione in materia di “fine vita”.

L'ordinanza milanese, infatti, prefigura uno scenario che va in direzione di un riconoscimento dell’aiuto e dell’istigazione al suicidio: un tassello aggiuntivo a quello già predisposto con la legge sulle dat, con la quale si impone la morte a quelli che sono considerati dei “scarti”, provando a far scattare così l’equazione solidarietà uguale “aiutiamoli a morire”. Una legge sulla quale si era espressi anche 250 giuristi, con un appello nel quale viene evidenziata la compromissione del rapporto di fiducia fra medico e paziente, fondato da millenni sul giuramento di Ippocrate in vista del bene-salute dell’ammalato. 

Intanto, Cappato è stato invece assolto dall'altra accusa, quella di "aver rafforzato il proposito suicidario" di dj Fabo. "Non ha inciso sulla decisione di Antoniani di mettere fine alla sua vita", si legge nelle motivazioni della sentenza.

Si tratta nella sostanza di nuovi passi verso il traguardo finale, quello dell’eutanasia attiva, attraverso casi pietosi, sentenze giudiziarie e pronunce della Corte costituzionale.

Per questo, anche nel nostro Comune, la mia coscienza è in contrasto sia con questa legge che dovrebbe farci trovare pronti ad accogliere le richieste dei cittadini agli sportelli per consegnare la Dat, sia con l’emendamento (poi bocciato) presentato questa settimana in Consiglio Comunale da Luigi Rabuffi, il quale chiedeva di accelerare i tempi sulla pubblicazione di tutte le informazioni sul Dat sul sito del Comune di Piacenza. 

E sono contento che anche molti miei colleghi di partito, e di maggioranza, abbiano condiviso questa linea su un tema così importante.

Si confonde l’accanimento terapeutico vietato dalla legge e non praticato con l’eutanasia o l’emissione di cure essenziali. Non vedo fuori dagli ospedali le file per compilare le Dat, vedo le file per fare una mammografia o una Tac.

Garantisco che già oggi, se sei anziano, ci sono meno cure e meno posti e giorni di ricovero. L’aumento della mortalità degli anziani è proprio causato dalla mentalità dello scarto. Il Consigliere Rabuffi mediti: le Dat e questa legge che rompe il rapporto di solidarietà tra medico e paziente sarà contro ai poveri e agli anziani. Non saranno più liberi i piacentini ma più in pericolo.

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Pubblicato in Medicina e salute
13 Gen 2018

In merito all’iniziativa avvenuta ieridal titolo "Donne e bambini sulle rotte migratorie”, che ha trovato tra le altre cose ospitalità nelle stanze del Comune, ci tengo a precisare che l’immigrazione è tutt’oggi un problema del quale non possiamo far finta di niente.

Dal punto di vista politico è ovvio che considero migliore la scelta di tenere queste persone nel loro Paese: oggi, mensilmente, ci costano una cifra che si aggira intorno ai 1.500€ a persona; basterebbe fare due piccoli calcoli per capire che con un cifra del genere queste persone potrebbero viverci molto più a lungo rimanendo nel loro Paese, insieme alla loro famiglia.

Se continuano a morire persone in mare, c’è per forza una qualche responsabilità da parte di organizzazioni e associazioni buoniste che stimolano questo passaggio, alcune di loro lucrandoci, altre mosse senza dubbio da buone intenzioni. Ma le buone intenzioni non sono sufficienti per mantenere le persone in vita. Tra loro possiamo sicuramente trovare "Medici senza frontiere”, organizzazione che non ha neanche firmato il protocollo, il cosiddetto "codice di condotta”, che il governo italiano attraverso il Ministro Minniti ha proposto a tutte le Ong.

Dal 2014 ad oggi nella rotta del Mediterraneo centrale le morti continuano ad essere troppe: oltre 15 mila, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Il numero maggiore di morti è stato toccato nel 2016: 5.143 secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). E il dato è stato ritoccato più volte al rialzo, visto che spesso le notizie dei decessi arrivano a giorni di distanza dall’effettivo naufragio.

Lasciare le rotte aperte, vuol dire lasciar continuare morire ancora altre persone e, allo stesso tempo, si diventa complici di scafisti e naufragi. Prima lo capiamo, meglio sarà per tutti.

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Pubblicato in Sicurezza e criminalità
JoomShaper